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Trieste (Friuli-venezia Giulia) - 17 Novembre 2017

Trieste: L'Uciim discute sull'abbandono scolastico

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di cariati1

Perché nessuno rimanga indietro Relatore: Liviana Zanchettin ****************************************************************************************************** "Già alle elementari, anzi, già alla materna facevo diventare matte le maestre. Spesso per tenermi buono mi mettevano in fondo alla classe a disegnare. Le medie? Mah, i prof non erano male, ma la scuola, no, quella proprio non la sopportavo. Ero spesso assente, poi beccavo picconi su picconi, i compagni hanno smesso di chiamarmi, così ho preso a passare i pomeriggi chiuso in camera a non far niente, tanto… andare a scuola, imparare…a che serve?" L'abbandono scolastico, ha ricordato Liviana Zanchettin nella sua ricchissima ed umanissima conversazione "Perché nessuno rimanga indietro" tenuta lo scorso 17 novembre su invito della sezione UCIIM di Trieste, l'abbandono scolastico non avviene in un momento preciso: molto spesso è l'atto conclusivo di un lungo percorso segnato da ripetuti disagi, insofferenze, ripetenze, assenze prolungate, e tanti altri precedenti abbandoni: delle festine di bambini, del gruppetto di coetanei, dello sport praticato .. delle gite scolastiche, di sempre più frequenti mattinate di scuola, di occasioni di dialogo ma soprattutto di fiducia in sé e nell'efficacia e valore della scuola e del sapere. Intercettarlo, poi, monitorarlo e quantificarlo è difficile perché il più delle volte di questi ragazzi si perdono le tracce: frequentano e no, ritornano, cambiano scuola, non si sa più dove siano andati, forse seguono corsi serali o di recupero di anni scolastici… insomma: se ne perdono le tracce. La scuola SMaC, nata a Trieste nove anni fa, cerca di riprenderli e, con un paziente lavoro in piccoli gruppi o anche individuale, di farli rientrare nel percorso scolastico. E' un'esperienza che ha dato buone soddisfazioni riuscendo a far conseguire il diploma di terza media all'80% dei suoi studenti ma che, inevitabilmente, ha conosciuto anche dei fallimenti: l'operazione di rimotivazione e reinserimento di ragazzi drop out non è facile. L'esperienza sul campo della relatrice indica, come possibile via del recupero, quella dell'inclusione: ma "inclusione" a che cosa? Qual è, oggi, l'elemento che può avere forza attrattiva per i ragazzi più demotivati? Liviana Zanchettin suggerisce due sfere: quella della relazionalità, ovvero dello stare nelle relazioni; e quella del processo, ovvero del restare nelle situazione essendo duttili al cambiamento. E' necessario cioè attrezzarsi per uscire da una didattica trasmissiva, frontale e veicolata principalmente dalla parola per passare ad una circolare ermeneutica che attivi virtuosi feed back tra il sapere e gli attori del processo educativo; una didattica che sia più evocativa, che preveda anche spazi per la corporeità (quanti giovani parlano, anzi, urlano con i loro tatuaggi, cutting, pearcing…) e sappia comprendere senza preconcetti la realtà dell'adolescente. Perché i ragazzi non sono una categoria a sé e nemmeno un problema, semmai un mistero e precisamente quello di una persona in formazione che ha in sè tratti dell'eroe romantico e solitario, ma anche elementi di Narciso, ed ancora elementi di pecora fuori dal gregge, diversa, incompresa, esclusa: un adolescente in divenire che va non solo guardato dritto negli occhi ma anche costretto, a sua volta, a farlo alzando lo sguardo da terra o dal cellulare. Sguardo che spesso è spietato ma che l'adulto deve saper sostenere e ricambiare. Accogliere e comprendere lo studente, però, non basta: occorrono anche atteggiamenti e poi strumenti per rapportarsi a lui. Quali? Atteggiamenti. La relatrice ne ha proposti alcuni evocandoli con immagini: il tappeto di Cleopatra ovvero il riportare gli studenti " a palazzo" facendoli sentire re e regine; una scala di Escher che costringe talora anche a stare a testa in giù; il fiore che cresce nelle fenditure della terra secca, ovvero la fiducia nella bellezza, nella capacitò di riscatto, nella forza della resilienza. E poi gli strumenti: il coinvolgimento dei nostri giovani nei processi e cioè il far vedere loro anche il dietro le quinte, vista che li rende consapevoli e partecipi della fatica del percorso; ma anche la leggerezza del gioco, il fascino della sperimentazione e dell'avventura, il sollievo liberatorio della risata che scioglie l'arroganza; la forza del gruppo che va coltivata anche tra docenti (oggi nessuno può più pensare di educare da solo, è indispensabile fare rete); il dialogo, ovvero l'ascolto restituito: ascolto delle parole ma anche dei silenzi, del corpo, dei tempi. Un ascolto fatto di attesa e pazienza finchè sarà possibile narrare o meglio ri-narrare assieme, giovane ed adulto, un nuovo racconto, co-costruito a due mani, un racconto più clemente e più accogliente in cui il nostro ragazzo trovi le risorse per arginare il cosiddetto "collasso dell'io" e dove ci sia spazio per la fiducia. (Marina Del Fabbro)